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I segnali del corpo: un modo per raggiungere la comunicazione”

Relazione
Valeria Gervasini – Milano  (Italy)

Il racconto scritto lo scorso anno e intitolato “La voce dello sguardo” è il frutto del mio grande desiderio di comunicare e di raccontarmi.  Non è stato semplice perché il mio pensiero, soprattutto, quando il tema da affrontare è difficile da un punto di vista emotivo, diventa distorto, sento i miei pensieri che si rincorrono ed io non riesco a fissarli con ordine.

Quando questo accade, entra in scena la mamma e mi aiuta a procedere con metodo.

Per quanto riguarda la scrittura del mio racconto abbiamo proceduto come segue:

Prima abbiamo fissato sulla carta tutti i pensieri che affollavano la mia mente. Poi li abbiamo collocati nel
tempo e infine li abbiamo organizzati sotto il profilo grammaticale e di sintassi.

Tutto questo lavoro preliminare mi ha consentito di ricordare, trattenere con serenità le esperienze fatte e metterle sulla carta con maggiore convinzione, allontanando i dubbi che man mano si affollavano nella mia mente.

Il mio racconto, inoltre, mi ha consentito di rafforzarmi come persona, in un momento in cui l’ambiente di lavoro (centro diurno), sembrava volermi rimandare solo l’immagine di una persona giunta al massimo delle sue possibilità per cui si doveva accontentare di ciò che le era proposto.

Io mi sono sempre sentita una persona vitale. Fin da piccola richiamavo, attraverso vocalizzi,
sguardi, sorrisi, l’attenzione di tutti quelli che mi stavano intorno per ottenere ciò che desideravo.

Ricordo la prima volta in cui ottenni una bambola guardando insistentemente su di una mensola, durante una
seduta di riabilitazione. Per tutti i presenti fu una festa: “Evviva, Valeria ha trovato il modo per chiedere la bambola”.

“Come ha fatto non è possibile” chiesero altri“

“Ha guardato con insistenza sullo scaffale, vocalizzando e quando le ho dato, la bambola ha sorriso.”
Rispose la fisioterapista.

Da quel momento è stata una successione di scoperte comunicazionali sempre più precise.


Lo sguardo è il punto iniziale

• Lo sguardo rivolto verso l’alto nei momenti di riflessione

• I movimenti del capo per dare assenso o negare una proposta.

• Il sorriso la conferma di riconoscere persone o cose o

• Il sorriso come espressione di felicità e di benessere

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• Le urla di felicità quando entro in acqua con il salvagente

• La rigidità estesa del mio corpo denuncia uno stato di tensione o di dolore.

•L’eccitazione motoria del corpo evidenzia la gioia di incontrare qualcuno o il tentativo, per
esempio di scendere da sola dalla carrozzina. Un giorno o l’altro farò uno di quei capitomboli e mi farò male perché non tengo conto che chi mi sta aiutando in quel momento potrebbe farmi scivolare.

• Il rilassamento del corpo quando mi trovo in un gruppo di persone ad ascoltare ciò che raccontano.
• Lo sguardo perplesso nel vedere le persone che si sorprendono nel vedermi comunicare con la lavagnetta.

• Sorriso aperto quando mi accorgo che la gente apprezza il mio modo di comunicare.

• Il corpo che s’irrigidisce quando noto l’indifferenza delle persone.

• Il corpo senza reazioni quando mi sento non compresa, sottovalutata.


Sono decine le espressioni che sono in grado di utilizzare per comunicare con gli altri. Ma gli altri sono altrettanto
capaci di riconoscere i miei segnali?

Io mi chiedo cosa sarei stata se non avessi avuto accanto a me in tutti questi anni, ma soprattutto nei
primi anni di vita, persone che hanno saputo valorizzare il mio modo di comunicare fino a lottare con me per avere uno strumento che non lasci dubbi sulla qualità del mio pensiero.

Mia madre mi spiega che tutte queste mie espressioni fanno parte di un codice che ogni persona esprime
nei primi anni di vita. Io li ho mantenuti acquisendo anche il codice alfabetico che mi consente di rapportarmi con tutti quelli che hanno desiderio di conoscermi e la pazienza di vedermi costruire le frasi.

Io lo so di essere lenta ma ogni tanto dico: “Provate voi a scrivere lettera per lettera un concetto.”

A volte per essere più veloce scrivo in modo sintetico o per parole “chiave”, ma questo risulta essere, per chi non mi conosce o per chi crede di conoscere troppo la patologia e non la persona,  la dimostrazione che io non so esprimere concetti, desideri, nozioni e quindi non sono intelligente.

Negli ultimi anni ho aggiunto alla comunicazione scritta e del corpo un altro modo di
esprimermi: uso il colore (dipingere è un termine che non posso ancora usare). Mi piace molto usare il colore e lo faccio seguendo i consigli di un maestro d’arte che ha architettato per me, che non coordino nessun tipo di movimento, strumenti e posizioni che mi consentono di usare i colori in modo personale.

Io spero che questo mio contributo cui allego un video che documenta i miei diversi modi di comunicare
possa essere d’aiuto a chiunque si trovi a vivere con persone che non hanno la possibilità di esprimersi verbalmente.

Per me imparare a comunicare è stata la gioia più grande.

Ottobre 2009